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Di Alvin Ellefson
La parte più difficile del lutto non è sempre la perdita in sé. A volte è vedere il calendario andare avanti mentre il dolore sembra non seguirlo. Spesso ci si aspetta che, con il tempo, la sofferenza si attenui. E quando non accade, comincia ad affiorare una domanda inquietante: e se non stessi guarendo come dovrei?
La frustrazione non nasce soltanto dal fatto che il lutto continui a fare male. Nasce anche dall’idea, che molti hanno imparato, secondo cui guarire dovrebbe significare non provare più dolore. Quando la sofferenza rimane, può sembrare la prova che ci sia qualcosa che non va in te, mentre potrebbe semplicemente testimoniare quanto profondamente quella persona abbia contato per te. Con il passare delle settimane, dei mesi o degli anni, certi ricordi possono ancora far affiorare le lacrime, e molti finiscono per mettere in discussione se stessi più di quanto mettano in discussione ciò che hanno perduto. Si chiedono perché, a questo punto, non siano già «più avanti». E il dolore diventa ancora più pesante perché si accompagna alla convinzione che ormai sarebbe già dovuto svanire.
Questo crea un conflitto interiore silenzioso. Una parte di te desidera onorare ciò che hai perduto, mentre un’altra sente la pressione di dover dimostrare che ti stai riprendendo. Potresti ritrovarti a misurare il tuo dolore in base alle aspettative degli altri, alle convinzioni diffuse nella società o a tempi di guarigione che immagini di dover rispettare. Ogni ondata improvvisa di tristezza può sembrarti un passo indietro, anziché una naturale espressione dell’amore. Invece di chiederti se il tuo dolore sia comprensibile, cominci a domandarti se sia ancora accettabile.
La vera questione è il significato che attribuisci a quel dolore. Se una tristezza che persiste significa aver fallito, allora ogni ricordo doloroso diventa la prova che qualcosa in te non funziona. Ma se il lutto riflette l’importanza di una relazione, il fatto che quel dolore continui a esistere può raccontare una storia completamente diversa. La sofferenza rimane difficile da portare, ma non deve più essere interpretata come la prova che non stai guarendo.
Quando passerai per le acque, io sarò teco; quando attraverserai i fiumi, non ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco non ne sarai arso, e la fiamma non ti consumerà.Isaia 43:2 (RIV)
In questo versetto, Dio non promette che le acque si ritireranno o che il fuoco si spegnerà. Promette la Sua presenza mentre si attraversano quelle prove e assicura al Suo popolo che esse, alla fine, non lo distruggeranno. Questo rivela qualcosa di importante sul carattere di Dio. La Sua fedeltà non si manifesta necessariamente eliminando subito ogni circostanza dolorosa. Egli rimane presente e saldo proprio in mezzo a ciò che fa male. Al centro della promessa non c’è la fuga dalla sofferenza, ma la Sua presenza mentre la attraversiamo.
Questo mette in luce anche un equivoco molto comune sulla guarigione. Spesso pensiamo che guarire significhi tornare a essere le persone che eravamo prima della perdita. Ci aspettiamo che riprendersi significhi cancellare il dolore, ritrovare la normalità emotiva e non essere più toccati dai ricordi. Ma il lutto raramente funziona così, perché nemmeno l’amore funziona così. Le relazioni significative ci plasmano e, quando una persona importante non c’è più, la sua assenza lascia un segno reale. Il fatto che la tristezza persista non significa necessariamente che la guarigione sia fallita; può essere il riflesso della profondità di ciò che è stato condiviso.
La saggezza più profonda consiste nel comprendere che il lutto non è un problema che si risolve semplicemente lasciando passare abbastanza tempo, ma una realtà che impariamo a portare attraverso molte stagioni della vita. Il dolore rimane perché l’amore lascia un segno. La guarigione avviene quando, gradualmente, scopri che ciò che un tempo minacciava di travolgerti non ti definisce più e non domina più la tua vita. Il ricordo continua ad avere valore. La perdita continua ad avere importanza. Eppure, con il tempo, la presenza di Dio che ti sostiene ti rende capace di portare con te sia l’amore sia il dolore, senza essere sopraffatto né dall’uno né dall’altro. Il lutto può rimanere parte della tua storia, ma non ha più il potere di definire l’intera storia.
Guarire spesso non significa smettere di provare dolore, ma sviluppare la forza necessaria perché amore e tristezza possano convivere. Il dolore può rimanere, ma la guarigione diventa visibile nella crescente capacità di portarlo senza esserne sopraffatti.
Il desiderio di liberarsi dal dolore del lutto è comprensibile, ma può portarci a interpretare male ciò che significa realmente guarire. Quando ogni traccia di tristezza viene considerata un problema, il dolore diventa qualcosa contro cui combattere anziché qualcosa da comprendere. Questo principio ci invita a una prospettiva più sincera. Il fatto che il dolore sia ancora presente non significa necessariamente che tu non stia guarendo; può significare semplicemente che quella relazione continua ad avere un significato profondo per te.
La guarigione diventa visibile quando, gradualmente, la tua vita torna ad allargarsi intorno al dolore, senza doverlo eliminare. Cominci ad accorgerti che i momenti di gioia non sembrano più un tradimento di ciò che hai perduto e che i momenti di tristezza non cancellano più la crescita avvenuta nel frattempo. Entrambi possono coesistere. Il dolore rimane parte della tua storia, ma non determina più il significato dell’intera storia.
Molte persone trascorrono anni aspettando che il dolore scompaia prima di concedersi di credere che stanno guarendo. Eppure, alcune perdite lasciano segni duraturi perché alcuni amori lasciano segni duraturi. E se la vera domanda non fosse se il dolore esiste ancora, ma se continua a determinare la persona che stai diventando?
La tristezza può riaffiorare in determinate stagioni della vita, attraverso certi ricordi o in occasione di momenti significativi, ma non deve continuare a definire la tua identità. C’è una differenza profonda tra portare con sé il dolore del lutto ed esserne consumati.
La pressione di dover «averla ormai superata» spesso crea un peso ancora più gravoso del lutto stesso. Quando quella pressione comincia ad allentarsi, potresti scoprire che la guarigione stava già avvenendo proprio là dove non avevi pensato di cercarla. Non nella scomparsa della tristezza, ma nella crescita silenziosa della tua capacità di portarla.
Il dolore rimane parte della tua storia, ma non è più una prova del fatto che non stai facendo progressi. Diventa invece uno dei fili intrecciati in un quadro molto più ampio, fatto di amore, perdita, resilienza e continua crescita.
- Alvin Ellefson
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